Festival cinema Roma 2011: Il mio domani di Marina Spada, recensione

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Recensione in anteprima di Il mio domani, film in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma 2011, con Claudia Gerini. Solo su Blogosfere Spettacoli

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Quando nel pressbook del film di un festival si leggono frasi come questa ” […] è come se, improvvisamente, uno strato sotterraneo si fosse smosso dentro di lei, creando un’onda sismica che porta alla superficie tutto il rimosso […]” vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Quando un film, sia pure un film d’autore come è Il mio domani di Marina Spada, deve ricorrere a simili immagini metaforiche ad alto tasso di letterarietà per esplicare il proprio significato vuol dire che l’originale afflato popolare che dovrebbe animare il Festival Internazionale del Film di Roma è stato tradito.

Devo però ammettere che per il sottoscritto è la prima pellicola del Festival a crollare miseramente schiacciata dal peso mastodontico delle proprie ambizioni, forse sviata anche dal difficile percorso intrapreso dalla regista, che ha scelto la strada della supremazia delle atmosfere e dei paesaggi, urbani e non, sullo sviluppo narrativo e l’analisi dei personaggi.

Personalmente avevo calcolato il rischio: la precedente opera della Spada, Come l’ombra, possedeva infatti caratteristiche molto simili, per quanto raccontasse una storia oggettivamente più interessante e maggiormente sviluppata, puntellata al contempo da una precisa e puntuale ricerca dei luoghi degradati della periferia milanese. Un film, quindi, che grazie a una regia limpida e cristallina riusciva a non strafare mai, sostenendo un discorso di isolamento urbano ed emozionale, a volte persino raggiungendo notevoli risultati.

Purtroppo però l’esile spaccato della solitaria e triste vita di Monica, una forse troppo trattenuta e altrettanto esageratamente gelida Claudia Gerini, non si pone il problema di coinvolgere lo spettatore all’interno della messa in scena. Per quanto la cura formale dell’inquadratura sia di alto livello - evidenti i debiti con la pratica fotografica (peraltro rappresentata nel film) - è come se questi quadri racchiudessero in sé una grande forza espressiva che rimane sempre allo stato latente, non riuscendo a venire alla luce.

I diversi piani narrativi del film, ovvero la storia famigliare della protagonista, le vicende lavorative di consulente filosofica per manager e la vita sentimentale, sono ridotti a scenette autosufficienti che spesso, all’interno di uno struttura che prevede uno sviluppo minimale di ogni singola parte, risultano essere raccolte di cliché, a livello sia contenutistico che, ahimè, formale. La scelta di una fotografia fredda e desaturata, poi, si inquadra appieno in questo scenario stereotipico da film d’autore dolente senza un perché.

Anche le interpretazioni degli attori possono ascriversi a questo tipo di messa in scena, tipica del cinema dell’angoscia e dell’incomunicabilità alla Antonioni, modello di riferimento per il film in questione. Scappa persino qualche risata per il comico involontario di alcuni dialoghi, goffi e impacciati proprio nel momento in cui la storia spinge verso l’emozione.

Alla fine dei conti un film da festival non riuscito, per di più inserito in concorso in un festival che vorrebbe essere più una festa popolare che una vetrina per Autori con la A maiuscola.   

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