10 regole per fare innamorare: trailer, trama e recensione del film con Guglielmo Scilla

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In arrivo domani nelle sale italiane le commedia 10 regole per fare innamorare: Vincenzo Salemme e Guglielmo Scilla - Willwoosh tra i protagonisti

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La commedia, tra tutti i generi cinematografici, è sempre stato quello che più riflette i tempi e la società in cui viene prodotta. Questo perché i meccanismi comici, a meno che non siano universali (scatologici, ad esempio: Plauto è valido sempre e comunque), sono basati su convenzioni sociali, mode, e in genere tutti quegli elementi che costituiscono lo spirito del tempo, lo zeitgeist, di un’opera.

Ciò è valido sia per una pellicola come Matrimonio a Parigi - dove troviamo Massimo Boldi che si siede inavvertitamente su una maschera dal naso appuntito ma anche battute sugli evasori fiscali e la loro lotta contro le guardie di finanza - che per questo 10 regole per fare innamorare, interpretato dal fenomeno web Willwoosh, qui protagonista, e sceneggiato tra gli altri da Fausto Brizzi.

Marco (Gugliemo Scilla) è uno studente universitario fuori sede. Il padre Renato (Vincenzo Salemme) è un chirurgo estetico di successo e donnaiolo indefesso. Marco però è un ragazzo timido e impacciato. Per questo continua a fingere con la famiglia di essere un brillante studente di astrofisica mentre ha solo un semplice lavoro part-time in un asilo. Quando Marco si innamora di Stefania (Enrica Pintore), una stupenda quanto irraggiungibile studentessa di letteratura francese, le cose cambiano. A curare le sue pene d’amore non bastano i consigli dei suoi coinquilini (Mary, Paolo e Ivan). Fondamentale l’entrata in scena del padre, casualmente in visita a Roma, che decide di aiutare il figlio attraverso un decalogo dell’amore: le dieci regole infallibili per fare innamorare. Marco è talmente scemo che, quando comincia a seguire questi precetti tutto va a scatafascio.

Classicissima commedia degli equivoci con protagonista, oggetto del desiderio, rivale in amori e aiutanti variamente simpatici, 10 regole per fare innamorare è gravato dal peso di terribili errori. Passi la recitazione approssimativa degli attori improvvisati, passino i tempi comici sbagliati (e passi un montaggio che sottolinea tutti i momenti morti conseguenti), ma ciò che davvero fa rabbrividire è la totale assenza di personaggi memorabili, cardine e fondamenta di qualunque commedia che si rispetti.

Le figure protagonisti della storiella, i personaggi con cui si dovrebbero identificare gli spettatori di riferimento, sono dei ventenni sciapi, indefiniti, viziati ma in maniera abulica, privi di nerbo, privi di qualunque aspirazione o sogno, somiglianti a delle amebe. Entro nello specifico. Marco è un ragazzo genericamente buono, ingenuo, infantile e si dice appassionato di astrofisica e fa dei discorsoni sulla passione che lo guida (peccato non sappia nulla sull’argomento), ma, allo stato dei fatti, per ciò che viene mostrato dalla pellicola, totalmente incapace di esprimere un briciolo di interesse per il mondo in cui vive.

Stefania, la ragazza di cui si innamora, viene presentata immediatamente attraverso la profonda scollatura che ne sottolinea le forme: questo rimarrà il suo tratto più coerente nello sviluppo della storia. Si dice (ma mai si vede davvero) che è precisa, ecologista, impegnata nel sociale: se non fosse che quando Marco sbagliando le propone per cena un coniglio ucciso con le sue mani - errore incomprensibile, dato che egli ha studiato la sua “preda” a lungo - questa inorridisca per dieci secondi netti e poi l’incidente non abbia le conseguenze che realisticamente ci si aspetterebbe.

Il film scorre tra dialoghi totalmente finti, astratti, goffi e caratterizzazioni sempre tiepide, così come sono sfumate, evanescenti, inutili perché mai basate sulla realtà le psicologie dei comprimari: non si sceglie nemmeno la facile via dello stereotipo, della caricatura (che almeno condurrebbero alla risata, un suono che difficilmente sentirete in sala) ma qualsiasi accenno di definizione viene eluso in favore di una melassa apatica e catatonica in cui annegano lentamente i personaggi.

La sensazione tremenda che se ne ricava, ciò che davvero intristisce nella pellicola, è un qualcosa di molto ambiguo. Perché da una parte si percepisce il tentativo, forse inconscio, di descrivere una generazione - quella dei ventenni quasi laureati - come fantasmatica, bambocciesca, sfibrata al punto tale da far intravvedere lo spaventoso vuoto cosmico dietro le superfici colorate delle t-shirt (quanto fa paura quella fotografia luminosa!); dall’altra - ed è ancora più grave, se possibile - mi pare che il suddetto target approvi, sia d’accordo, si riconosca e goda di questa descrizione, visto il seguito che ha il protagonista Willwoosh.

Eppure io conosco ventenni molto migliori degli alfieri dell’impero corrotto, laido, vacuo e decadente che vorrebbero propinarci in 10 regole per fare innamorare. Chi ha ragione? 

 

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