Diaz, il film: trailer e recensione dell'opera di Daniele Vicari

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Recensione in anteprima del film che racconta gli eventi accaduti all'interno della scuola Diaz il 21 luglio 2001

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Premessa. Bisogna sgomberare il campo da equivoci, altrimenti si rischia di non intendere l’intento di Daniele Vicari alla base della realizzazione di Diaz Don’t Clean Up This Blood. Un film (si intende un film dalla struttura narrativa) non è il medium ideale per informare, a causa della sua natura, della natura fondamentalmente ambigua e fortemente connotata delle immagini e per la libertà interpretativa che un racconto lascia al suo fruitore.

Un film tende a far nascere delle sensazioni, delle emozioni, a suscitare delle domande, persino a far germogliare delle idee nello spettatore, ma per forza di cose non è possibile considerare una pellicola alla stregua di un libro: semplicemente non è il suo scopo poiché tutto ciò che un volume fa passare in 20 pagine, in termini di concetti verbalmente espressi, non può essere trovato nella successione dei canonici 24 fotogrammi al secondo.

Ma allora, si obietterà, qual è il risultato di due film che si occupano di eventi drammatici della storia recente del nostro Paese, come Romanzo di una strage e Diaz? L’opera di Giordana, in effetti, tenta la strada della ricostruzione, spinta anche da una forte vocazione pedagogica, fallendo però per quanto riguarda la riuscita drammaturgica dell’operazione.

Nonostante sia basata su studi accurati riguardanti la strage di Piazza Fontana, il modo pedante, informativo, vincolato in cui il regista mette in scena gli eventi rende evanescenti i personaggi protagonisti del film, ma anche le sequenze stesse, persino quelle potenzialmente più potenti, escono impoverite da una necessità autoimposta di attinenza alla realtà dei fatti. Un film, insomma, che si presta bene alla proiezione nelle scuole (pur con tutti i limiti del caso) ma che artisticamente risulta poco valido ed emozionalmente sterile.

Daniele Vicari, invece, scegliendo la strada della pura in messa in scena e dell’utilizzo dei mezzi cinematografici in chiave espressiva, riesce a restituire fedelmente (quello che ci immaginiamo essere stata) l’orrenda, atroce, miserabile esperienza del blitz delle forze dell’ordine nella scuola Diaz di Genova, le cui responsabilità, viene sottolineato velocemente nel film, vanno fatte risalire agli allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e Ministro dell’Interno Scajola. Il regista evita la trappola della drammatizzazione eccessiva, fine a se stessa, lacrimevole, passando dal punto di vista di un personaggio all’altro, realizzando un racconto corale che privilegia l’ambiguità dello sguardo, la sua parzialità, le sue deficienze nello svelamento della verità.

Costruito a partire dell’esame degli atti del processo, il film si nutre dei fatti accertati, li cannibalizza, li scortica per prelevarne il nucleo e fa confluire tutti i rivoli della narrazione, rappresentati dalle storie dei diversi occupanti della scuola, per far conflagrare il tutto nella devastante, agghiacciante sequenza del pestaggio di massa prima e delle torture inflitte agli arrestati dopo. Non si esagera nel definire “horror” questi passaggi, perché la tensione, l’orrore, il raccapriccio e il disgusto provocati da un film di genere nello spettatore sono effettivamente trasmessi dalle potenti immagini costruite da Vicari.

Si potrebbe obiettare qualcosa sull’eccessiva enfasi emotiva creata da una colonna sonora a volte troppo presente, o sulla caratterizzazione monocroma dei rappresentanti delle istituzioni (un difetto di molte produzioni nostrane, in effetti), ma sono piccoli nei di un film efficace, che colpisce come un pugno nello stomaco e che pone delle domande sempre universalmente valide:

Come è potuto accadere tutto ciò? Come si può fare in modo che non accada più? Come si possono chiudere gli occhi davanti a eventi di questo tipo?

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