Bella addormentata di Marco Bellocchio: trailer e recensione del film al Festival Cinema di Venezia

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Attesissimo dagli appassionati e in odore di scandalo politico, ecco l'ultimo film di Marco Bellocchio

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“L’amore cambia il modo di vedere, non è vero che acceca, anzi”.

Probabilmente è questa frase, pronunciata dal personaggio di Alba Rohrwacher e posta quasi in chiusura di film, che fornisce la chiave di lettura di Bella addormentata, l’ultima opera di Marco Bellocchio presentata oggi alla Mostra del cinema di Venezia e da domani nelle sale cinematografiche italiane.

Come tutti sapranno - sopratutto per le polemiche seguite alle difficoltà sorte in sede di finanziamenti statali del film - la trama della pellicola prende avvio dalle vicende di Eluana Englaro, il cui caso scatenò tre anni fa un dibattito riguardo eutanasia, testamento biologico e accanimento terapeutico.

Molto intelligentemente il regista sceglie di tenere quel triste avvenimento sullo sfondo, intrecciando tre storie che in modi diversi sollevano interrogativi, dubbi, angosce e dilemmi esistenziali che si trovano a vivere tutti coloro che si trovano dinanzi a quel territorio liminare tra vita e morte così ben conosciuto da Beppino Englaro, uno dei punti di riferimento del film.

Una tossicomane che ha scelto di farla finita e il medico che vuole salvarla a tutti i costi, una famiglia di attori sconvolta e dilaniata dopo che la figlia è finita in coma, un senatore del Popolo della libertà che proprio duranti gli ultimi giorni di vita di Eluana vorrebbe muoversi secondo coscienza e non secondo i dettami di partito, il cui maggiore problema è però il rapporto con sua figlia, incrinatosi dopo la morte della madre.

Sono tanti i personaggi e sono complesse in molti sensi le vicende raccontate in Bella addormentata: lo spettatore, infatti, almeno all’inizio si ritroverò un po’ disorientato dalla molteplicità di spunti e di situazioni diverse che si accavallano senza che siano date spiegazioni troppo esplicite.

Una volta presa confidenza con la struttura drammaturgica dell’opera, però, si avverte con più forza la grande cura che Bellocchio ha messo nella realizzazione di un film estremamente rischioso. Sorretto dalle ottime interpretazioni di un buon cast, su cui svettano i soliti incredibili Toni Servillo e l’affascinante Isabelle Huppert (ma anche tutti gli altri non deludono), il film si adagia su un’atmosfera raccolta, trattenuta, lacrimosa, rotta solo in alcuni istanti da isolate esplosioni di violenza, di rancore, di rabbia dovuta a un dolore impossibile da tenere dentro.

Si metta tra parantesi che in alcuni passaggi si sfocia persino nell’esoterismo: caratteristica dell’autore la rappresentazione quasi massonica del mondo della politica e la fascinazione per gli ambienti sfarzosi quanto vuoti dell’alta borghesia. 

Aiutano in questo senso l’elegante colonna sonora di Carlo Crivelli, che in particolar modo alimenta una certa tensione sottesa, e la fotografia di Daniele Ciprì, che predilige i toni freddi e fa sì che i personaggi siano inghiottiti dalle ombre immersi spesso in toni notturni, con qualche sparuto caso di luce diurna.

Il film di Bellocchio, dunque, non è un pamphlet, non è un’opera a tema e non è neanche latore di un messaggio ideologico o politico, per quanto una prospettiva sia delineata. Ciò che interessa al regista è vedere in che modo i vivi, i quasi-vivi, i morti e i quasi-morti interagiscano tra di loro, ma sopratutto il peso, la responsabilità e l’influenza che la malattia - di qualsiasi forma essa sia - ha su coloro che restano o che si devono occupare degli infermi.

Continuando il discorso, Bella addormentata non ha la presunzione di illuminare il pubblico su quali scelte siano le migliori, ma cerca disperatamente di fare comprendere la difficoltà e la lacerazione che queste decisioni e le loro conseguenze provocano in chi ha il dovere di compierle.

In questo senso si capisce l’antipatia con cui sono tratteggiate le figure che più veementemente cercano lo scontro dialettico, quasi si trattasse di tifoseria, e anche l’inusuale comprensione verso personaggi altrimenti ostici per un intellettuale schierato come l’autore di Vincere.

Forse non tra i migliori exploit del regista, il film ha il pregio di non essere né schierato né ecumenico, ma paga forse un po’ la fatica provata nell’arrivare alla fatidica quadratura del cerchio, ovviamente e volutamente imperfetta. Può capitare: d’altro canto non è affatto semplice mettere in scena tanti modi diversi di vivere il dolore, con la consapevolezza che ogni scelta dettata dall’amore, proprio perché “l’amore fa vedere le cose in modo diverso” e quindi unico e quindi in sé “giusto”, è degna di rispetto.

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